da "il manifesto "
del 27 luglio 005
L'insicurezza ferma i
treni
Sciopero di 24 ore Riesce ancora una volta (la terza) lo stop promosso
dal «Coordinamento 12 gennaio», che riunisce delegati Rls e Rsu di tutte le
sigle
di FRANCESCO PICCIONI
Successo quasi inatteso per lo
sciopero di 24 ore dei ferrovieri. Anche per i promotori - il Coordinamento 12
gennaio, costituito dai delegati Rls e Rsu all'indomani della tragedia di
Crevalcore, dove morirono 17 persone, tra cui 4 ferrovieri - si è trattato di
una gradita sorpresa. La data era «sfigatissima», ci racconta un delegato per
la sicurezza (Rls), proprio a ridosso delle ferie estive; quando,
fisiologicamente, in tutta la categoria cala un po' la tensione. La stessa
circostanza, però, ha svuotato le «riserve di corridori» (le squadre di
dipendenti FS disposti a fare i crumiri e a far viaggiare - «correre» - i
treni), impedendo a Trenitalia di mettere su rotaia i «due treni su tre» che
aveva promesso. I viaggiatori più disinformati che si sono avventurati comunque
nelle stazioni, già lunedì sera, trovavano sui tabelloni delle partenze una
serie di treni cancellati davvero inattesa.
Eppure i lavoratori hanno garantito tutti i pletorici «servizi minimi»
previsti dalla legge, nonché le «fasce protette» per i pendolari. Come i
nostri lettori già sanno, la «guerra delle cifre» sulla riuscita degli
scioperi trova fondamento proprio in queste «obbligazioni di legge»: se un
treno parte perché «protetto», per l'azienda conta come un treno condotto da
«non scioperanti», mentre i promotori dell'agitazione lo calcolano - a seconda
della dichiarazione del personale viaggiante - come aderente oppure no allo
sciopero.
Per il Coordinamento le adesioni viaggiano tra il 60 e il 70%; per Sult e Cub
- due sindacati di base che hanno co-promosso l'agitazione - si sta oltre il
70%. Calcoli difficili, come si diceva prima. L'unico criterio valido resta
comunque quello dei treni soppressi tra quelli «non garantiti», anche perché
- com'è ovvio - il tema della sicurezza è sentito di più dal personale
viaggiante e poi, a scendere, dagli addetti alla manutenzione e dagli impiegati.
Grossa la partecipazioni dei giovani, spesso precari, dice Savio Galvani (leader
storico dei macchinisti), «perché in questa vertenza sono in gioco la
precarietà del proprio lavoro, le condizioni in cui si svolgerà nei prossimi
decenni, il proprio futuri professionale, la propria salute e la sicurezza di
tutti».
Per l'azienda - e le sei sigle sindacali che hanno firmato l'accordo del 22
giugno - la questione sarebbe stata ormai risolta. La riuscita dello sciopero
dimostra che - per la categoria - le cose non stanno affatto così. Del resto,
per «sicurezza», Trenitalia intende soprattutto l'introduzione del Vacma (il
cosiddetto «uomo morto», un pedale che il macchinista deve premere a
intervalli regolari, altrimenti il treno si ferma); un sistema che uno studio
medico commissionato dalla stessa azienda definisce «causa di uno stress
inaccettabile e di uno stato sostanzialmente ipnotico, che aumenta in modo
esponenziale il rischio di incidenti»). Mentre i macchinisti chiedono la «ripetizione
del segnale in macchina», ossia un segnale posto sulla rotaia che induce
automaticamente lo stop del treno quando questo passa oltre un semaforo rosso
(l'azienda li sta piazzando sulle linee più a rischio, ma molti locomotori non
sono ancora attrezzati per recepire il segnale).
Soprattutto, però, chiedono che siano riassunti i 4 ferrovieri licenziati per
aver favorito le riprese della trasmissione di RaiTre, «Report», che
documentava proprio le carenza di sicurezza sulla rete ferroviaria italiana. E,
di conseguenza, anche tutte le misure disciplinari prese contro quei ferrovieri
che hanno denunciato, in questi anni, falle evidenti nel sistema. Temi su cui le
sei sigle sindacali - sconfessate ancora una volta ieri dai propri stessi
iscritti - non hanno speso molte parole, siglando l'accordo di giugno.