Da
“il manifesto” del 16 dic 04
Delitti
prescritti di
GIANFRANCO BETTIN
Il
petrolchimico di Porto Marghera era davvero un petrolkiller.
Le
Corporations della chimica, come nel film di Achbar e Abbot tratto dal libro
inchiesta di Joel Bakan, hanno davvero perseguito senza scrupoli la «patologica
ricerca del profitto» sulla pelle degli operai e dell'ambiente.
Lo
ha stabilito la Corte d'Appello di Venezia, con la sentenza emessa ieri
nell'aula bunker di Mestre per le morti da cvm e per i danni ambientali
provocati lungo decenni a Marghera. Una sentenza che è di «parziale riforma»
di quella che in primo grado, il 2 novembre del 2001, aveva mandato assolti
tutti gli imputati, in pratica i vertici dell'industria chimica italiana della
seconda metà del '900.
Per
quanto «parziale» la «riforma» odierna di quella sentenza appare in realtà
un capovolgimento del suo senso ultimo, che consisteva nella rinuncia
pedantemente e cocciutamente motivata a cercare, pur nei limiti dei codici
ovviamente, la possibilità di rendere giustizia agli operai ammalati e morti,
alle loro vedove e ai figli, a tutti coloro che si sono visti avvelenare e
rendere ingrato l'ambiente di vita.
Il
reato è impossibile da accertare, si era detto in primo grado, poiché o non
esisteva in quanto tale oppure non era stato commesso. No, replica la sentenza
del 15 dicembre 2004, il
reato c'è stato, qualcuno l'ha commesso e sappiamo anche chi.
Purtroppo, aggiunge, in molti casi questo
giudizio arriva tardi, è tempo ormai di prescrizione.
Nel mentre, così, per questi
reati più lontani condanna e assolve in un solo atto gli imputati,
la sentenza odierna condanna altresì la lentezza e la
miopia e l'ignavia della Giustizia che fornisce su
un piatto d'argento, con la
prescrizione, una via
di fuga agli eccellentissimi imputati (e sempre più
spesso capiterà, se la maggioranza riuscirà in Parlamento a far approvare
l'ulteriore riduzione dei tempi di prescrizione nel quadro della manovra «salva
Previti«).
Qualche reato, tuttavia, non è rientrato nella
prescrizione. In particolare, qualcuno ha continuato a morire fino a poco fa e
qualcun altro, fino a poco fa, ha continuato a non occuparsene. Cinque imputati,
così, sono stati ritenuti colpevoli di omicidio colposo. Il reato, comunque
accertato in molti casi anche se non punito per prescrizione, almeno in uno è
perciò stato sanzionato. Il pm Felice Casson, principale protagonista di questo
storico processo (insieme all'ex operaio del petrolchimico Gabriele Bortolozzo
che l'ha avviato con la propria denuncia, prima di morire alcuni anni fa) l'ha
giudicata «una sentenza equilibrata«. Tale certo è. La voce emozionata del
presidente del collegio giudicante della Corte d'Appello mentre la leggeva
rivelava tuttavia la consapevolezza dell'atto forte e d'ora in poi
imprescindibile che questa sentenza costituisce, aprendo la via a ulteriori
significative evoluzioni del diritto e della prassi processuale.
La lunga, drammatica vicenda sociale e umana del
petrolchimico di Marghera trova così un primo riconoscimento in sede
processuale (anche se non erano mancate finora condanne circoscritte a singoli
casi). Resta del tutto aperto il destino ulteriore di questo polo industriale
che è stato e per certi versi rimane uno dei principali poli chimici d'Italia.
E' in
corso, in queste settimane, una raccolta di firme per indire un referendum volto
a bandire per sempre da Marghera il cvm e il fosgene.
A migliaia stanno firmando per dire basta a queste produzioni nocive e
rischiose. Tra quello che succede in tribunale e quello che cambia nella realtà
sociale, nella coscienza civile, sarà impossibile, anche per la politica e per
l'economia, far finta che tutto possa continuare come sempre.
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L’onore
degli operai
di GIAN ANTONIO STELLA
dal “Corriere della Sera”
del 16 dic 04
MARGHERA
Non
li hanno ammazzati le sigarette e il cabernet, come insinuavano certi avvocati.
Tre anni dopo la sentenza di primo grado che aveva assolto tutti gli imputati,
offrendo a qualche difensore lo spunto per battute oscene tipo «tutti
moriamo, prima o poi», gli operai uccisi dal
cloruro di vinile al Petrolchimico di Marghera si son visti ieri restituire
l'onore. Il verdetto d'appello ha infatti rovesciato la precedente decisione condannando
i principali imputati come responsabili degli omicidi bianchi.
Un anno e mezzo a testa. Troppo poco e troppo
tardi, forse. Ma quanto basta, col macigno
della prescrizione caricato sulla reputazione di altri dirigenti del gruppo
chimico e degli stabilimenti veneziani e con la minaccia di risarcimenti a
catena, per dar ragione al pm Felice Casson
e spazzar via la tesi di quanti hanno giurato per anni che tutto era in ordine,
in linea con l’indecente circolare del ’77 nella quale si diceva che, avendo
l'impresa «come fine il profitto» era inutile esagerare con le precauzioni e
le costose manutenzioni: «bisogna correre dei ragionevoli rischi».
L’ultimo a correre quel «ragionevole rischio», che al Petrolchimico
significava essere esposti all'aggressione dell’angiosarcoma seicento volte più
di una persona normale se lavoravi nella «coorte» del Cvm o addirittura
seimila volte di più se avevi avuto la sorte di finire tra gli addetti alle
autoclavi, sarà sottoposto oggi, per ordine della magistratura, a una autopsia.
E’ morto l’altro ieri. Prima di avere il tempo di vedere ribaltata quella
sentenza che nel dicembre 2001 era stata salutata dai parenti delle vittime con
lacrime e pianti e sfoghi: «Vergognatevi! Vergognatevi!» Erano stati 33, da
Basso Olindo a Zabbeo Giovanni, gli operai aggiunti alla lista dei morti durante
lo svolgimento del processo di primo grado.
Sono oltre una trentina quelli morti dopo l’inizio del processo d'appello. Un
processo che più volte la difesa aveva cercato di far saltare per tener buono
il trionfale verdetto assolutorio di primo grado. Un verdetto così stupefacente
che poche ore prima, convinti d'esser schiacciati dalle prove e d'andar incontro
a una legnata, i legali di Montedison s'erano rassegnati a concordare il
risarcimento danni più alto di tutti i tempi: 550 miliardi di lire.
Ci avevano provato, a far saltare il banco, chiedendo ad esempio di ricusare un
giudice, Daniela Perdibon, perché quindici anni fa, da pretore del lavoro,
aveva riconosciuto le ragioni di un lavoratore addetto al Cvm: come poteva avere
ora il necessario distacco? Una domanda interessante. Curiosamente mai posta però,
nel primo processo, nei confronti del presidente Nelson Salvarani, che di
sentenze simili ne aveva emesse cinque. O di Antonio Liguori, uno dei giudici a
latere, che quando era sostituto procuratore aveva ricevuto la prima denuncia
sugli omicidi bianchi firmata da Gabriele Bortolozzo, il piccolo grande eroe di
questa storia, destinato a morire sotto un camion, e l'aveva archiviata. Così
che, se avesse riconosciuto le buone ragioni dell'impianto accusatorio di Casson,
avrebbe in qualche modo dato torto a se stesso.
Il verdetto letto ieri da Francesco Aliprandi, che arriva dopo troppe
assoluzioni e archiviazioni ed evaporazioni umilianti per le vittime di «tremende
fatalità» del passato dovute all'errore, alla sciatteria o al cinismo umani,
è per molti aspetti storico. E non solo perché apre inimmaginabili varchi alle
eventuali richieste di risarcimento della Regione, della Provincia, del Comune,
dei parenti degli operai morti rimasti come parti civili.
E' un verdetto che butta là dove andavano buttate certe tesi difensive (c'è
chi ha vantato la bontà delle vongole alla diossina) sulla «modesta
pericolosità» di certe lavorazioni chimiche che nei decenni hanno causato
danni enormi a una realtà delicatissima e unica al mondo quale la laguna di
Venezia, dove soltanto dal 1984 al 1997, dopo che già erano entrate in vigore
varie leggi ambientali, vennero scaricati in 5,1 miliardi di metri cubi di acqua
inquinata, pari a 12 volte il volume dell'intero bacino. Che chiude
definitivamente le polemiche su casson che, reo d'aver detto a caldo dopo
l'assoluzione generalizzata che si trattava d'«una sentenza che si commenta da
sola», era finito nel mirino di un'azione disciplinare disposta da Roberto
Castelli il quale, vista bocciata la sua iniziativa dal Csm, aveva insistito
facendo ricorso in Cassazione. Che premia le battaglie di chi, come gli
animatori del sito www.petrolchimico.it, hanno impedito per anni alla polvere di
posarsi sui fascicoli pubblicando parola per parola ogni minimo dettaglio del
processo. Che conforta tutti coloro che hanno scovato, uno dopo l'altro,
documenti raggelanti, come il bollettino interno che dimostra come ancora nel
1985 (a dispetto di chi ha sostenuto che la pericolosità dei reparti omicidi
era stata «quasi annullata» nel 1973) la Montedison sapesse che la
concentrazione di piombo era 2091 volte superiore al lecito. Per non parlare
dello smascheramento dei cosiddetti «controlli». Come l'uso del «gascromatografo»,
un apparecchio che doveva vigilare sul livello dei gas liberati nell'aria dal
Cvm e dar l'allarme in caso di fughe: gli allarmi erano una rarità, ma per un
motivo preciso: la macchina era stata tarata in modo tale da cogliere solo un
decimo delle emissioni.
Ma più ancora, come dicevamo, è una sentenza che restituisce l'onore, sia pure
troppo tardi, a uomini come
Ennio Simonetto, uno dei tanti operai uccisi dai
veleni. Lavorava alle autoclavi, i giganteschi «pentoloni» dove le micidiali
sostanze erano «bollite» per fare il Cvm (cloruro di vinile monomero), il
prodotto base per la plastica. Uno di quelli che, finita la lavorazione,
entravano tra esalazioni da svenimento nei recipienti, per «togliere le croste».
Una operazione così rischiosa che i poveretti picchiavano le pareti con
martelli di bronzo: fosse partita una scintilla sarebbe saltato tutto in aria.
Al primo processo,
a sentire certi avvocati della difesa,
pareva quasi che fosse
stato ucciso dal vino e dalle sigarette.
Non beveva. Non fumava. Ed era morto
dopo un'agonia dei mesi, durante i quali era stato
sottoposto a ripetute visite fiscali. Uno dei dirigenti aveva infatti spiegato al Gazzettino che lui sapeva
bene perché tutti quegli operai andavano in malattia:
«sono degli
scansafatiche», «assenteisti», «vagabondi»...