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Ciò
che è utile sapere sugli obiettivi di Berlusconi, Maroni e padroni su
PENSIONI
e TFR. VERSO LA SPECULAZIONE FINANZIARIA La campagna sull’insostenibilità del sistema pensionistico pubblico è accompagnata dalla proposta di passaggio automatico del TFR ai fondi pensionistici privati, richiesta con forza al governo da cigl, cisl e uil quale condizione per l’assenso alle proposte di Maroni sul ridimensionamento dei trattamenti pensionistici pubblici. L’istituzione dei fondi privati aumenta la spesa pensionistica totale e quella a carico del lavoratore, la ventilata riduzione delle aliquote INPS, richiesta da confindustria, comporterà un peggioramento dei trattamenti attualmente previsti. Oggi al fondo pensioni
Inps concorre per 2/3 l’impresa e per 1/3 il lavoratore; con i fondi privati
la quota a carico del lavoratore è largamente prevalente rispetto a quella
dell’impresa. Con le ipotesi di passaggio del TFR ai fondi pensione privati diminuisce ulteriormente il salario a disposizione dei lavoratori anche nel caso decidessero di mantenerlo nell’attuale forma perché il TFR è salassato dal trattamento fiscale più sfavorevole rispetto all’impiego nei fondi. La “riforma” del TFR in discussione è nient’altro che un’operazione di ridistribuzione del reddito dai lavoratori alle imprese, a disposizione dei mercati borsistici, banche, ecc... in una logica di speculazione finanziaria. L’unica modifica accettabile rispetto all’attuale situazione è quella di mettere il TFR nella totale disponibilità del lavoratore senza aggravi fiscali rispetto all’impiego nei fondi pensione privati.La manovra sui fondi pensione e TFR mira a spostare risorse alla previdenza integrativa svuotando quella pubblica, e dunque rendendo residuali le garanzie del diritto a un sostentamento in vecchiaia per i lavoratori: in cambio, è loro promessa una insicurezza futura affidata all’aleatorietà del mercato e delle operazioni finanziarie. In cambio, saranno loro stessi a pagare di tasca propria la manovra sui fondi. Funzionale a questa operazione è il cosiddetto conflitto generazionale con la falsa prospettiva di non far pesare sulle future generazioni l’onere “insopportabile” di mantenere la popolazione inattiva, distogliendo i giovani dai problemi reali che determinano la loro condizione. Le disuguaglianze tra generazioni non derivano dal problema pensioni, bensì dalla disoccupazione, dal lavoro precario e sottopagato. I
contributi pensionistici rappresentano non un onere ma un reddito differito,
una perequazione del livello dei consumi per tutta la durata della vita. Spetta
alle organizzazioni sindacali di base assumere il ruolo di contrasto e di
proposta perché TFR e pensioni siano finalizzate a soddisfare le esigenze di
lavoratori e pensionati. E’ urgente far partire una campagna di informazione
e mobilitazione su precise
rivendicazioni : Elevazione
di tutte le pensioni basse. Esenzione
fiscale sulle pensioni. Adeguamento
delle pensioni al costo della vita e alle variazioni del PIL. Riduzione
dei requisiti pensionistici per i lavoratori impegnati in attività usuranti. No
all’aumento dell’età pensionabile anche in funzione di non aggravare la
disoccupazione giovanile. Lotta
all’evasione e all’elusione contributiva. Taglio
delle spese militari per recuperare nuove risorse. Piena
disponibilità per il lavoratore del TRF con un trattamento fiscale identico a
quello previsto per l’utilizzo nei fondi pensione privati. Nel
dibattito assordante che ha accompagnato i tagli al sistema pensionistico
pubblico si è sempre fatto riferimento ad una ragione economico-contabile;
questo sta avvenendo anche oggi attraverso l’individuazione di una gobba al
2030 nella spesa pensionistica operi. Non è mai stata presente la funzione
che deve svolgere il sistema pensionistico pubblico, che è quella di
assicurare un reddito sufficiente alle persone anziane che spesso sono
sprovviste di altre risorse. Già impressiona il fatto che si consideri
disastrosa per l’economia una spesa pensionistica intorno al 15% del PIL per
circa il 25% della popolazione. Non solo, ma i dati che vengono presi a riferimento per motivare i tagli alle pensioni sono individuati avendo prima deciso quale deve essere il risultato finale. Il rapporto tra spesa pensionistica e PIL dipende dall’andamento dell’occupazione e dall’incremento annuo del PIL che si ipotizza. Se si stimano 3 milioni di occupati in meno o di lavoratori che non versano i contributi pensionistici e si prende a riferimento l’anno peggiore per le variazioni del PIL, come stato si sta facendo, si ha un risultato che porta in alto la spesa pensionistica sul PIL; se si prendono, viceversa, a base le politiche decise dal Consiglio di Lisbona sulla crescita del tasso di occupazione di 9 punti entro il 2010 e l’obiettivo di crescita economica del 3% all’anno, i risultati cambiano decisamente e la gobba sparisce. Inoltre
vanno rilevate specificità del sistema pensionistico italiano rispetto agli
altri paesi europei: 40.000 m.di di prelievo fiscale sulle pensioni pari a
circa il 2% del PIL, la presenza della quota assistenziale (integrazioni al
minimo, pensioni sociali, disoccupazione, CIG, mobilità, indennità TFR,
ecc.) che incidono per il 2,6% del PIL. Scorporando
il 2% di tasse e il 2,6% di quota assistenziale l’incidenza della spesa
pensionistica sul PIL è largamente sotto la media UE. La riforma Amato/cgil-cisl-uil ha tagliato i trattamenti pensionistici attesi al 2005 di 400.000 miliardi attraverso l’innalzamento dell’età e dei requisiti richiesti, la modifica della base retributiva su cui calcolare la pensione e il mancato adeguamento delle pensioni alla dinamica dei prezzi e delle retribuzioni (che determina ogni anno una decurtazione delle pensioni in pagamento di circa 1,5%), ma non ha compiutamente realizzato la separazione della spesa assistenziale da quella previdenziale (per cui continuano a gravare sul fondo pensioni oneri che dovrebbero essere a carico della fiscalità generale) e l’evasione e l’elusione contributiva (salario esente da contribuzione, soci cooperative, lavoro atipico, ecc...) continuano a incidere negativamente sulle entrate dell’Inps. Milano dicembre 2001
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