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(Articolo
sul Manifesto del 9 luglio '05) LA RIFORMA DELLE PENSIONI
Si tratta
dunque di una questione rilevante, anche ai fini del programma del nuovo governo
che verrà dopo le elezioni del 2006.
L'avvio dei nuovi fondi
pensione risale alla riforma Amato del 1992 e ha avuto ulteriori
regolamentazioni in occasione della riforma Dini del 1995. In entrambi i casi,
oltre ad altri importanti obiettivi di razionalizzazione dell'assetto
pensionistico, per corrispondere alle esigenze di risanamento del bilancio
pubblico vennero prese misure volte a ridurre progressivamente, ma
significativamente, le prestazioni del sistema pubblico obbligatorio a
ripartizione; i nuovi fondi privati a capitalizzazione dovevano consentire una
compensazione di quei tagli e, dunque, una ricomposizione della copertura
pensionistica dal pubblico al privato. Sul piano
del risanamento finanziario, i risultati delle riforme degli anni `90 sono stati
superiori agli stessi obiettivi. Com'è stato accertato da una commissione
governativa, i vantaggi per il bilancio pubblico riferiti al decennio 1996-2005
hanno superato di quasi undici miliardi di euro quelli previsti. Il disavanzo
tra le entrate e le uscite previdenziali del sistema pensionistico, che nel 1994
era pari al 2,5% del Pil, è sceso all'1,1%; si aggiunga (circostanza spesso
ignorata) che le uscite effettive per il bilancio pubblico, cioè al netto delle
trattenute fiscali a carico dei pensionati, sono inferiori di circa due punti di
Pil, cosicché il saldo è positivo per circa un punto di Pil. Spostando
l'attenzione a periodi lunghi, come mostra una approfondita ricerca, fondi
pensione che tra il 1911 e il 1999 avessero investito tutti i contributi in una
Borsa dinamica come quella americana, avrebbero garantito tassi di sostituzione
che, per la sola variabilità dei mercati finanziari durante gli anni
considerati, sarebbero oscillati dal 18% al 100%. Cioè, due lavoratori con la
stessa storia contributiva, per il solo fatto di terminare l'attività in
periodi diversi del ciclo di Borsa, avrebbero maturato - per il resto della loro
vita - pensioni molto diverse, fino ad assumere una più di cinque volte il
valore dell'altra. I lavoratori e le imprese verrebbero privati di disponibilità finanziarie difficilmente sostituibili dal sistema creditizio, che comunque chiederebbe tassi d'interesse maggiori. D'altra parte, a causa
delle piccole dimensioni delle nostre imprese e della loro scarsa disponibilità
a quotarsi in Borsa, già i capitali relativamente esigui adesso gestiti dai
fondi pensione (7 miliardi di euro) vengono impiegati solo per il 2% in azioni
di aziende italiane e circa il 60% viene collocato all'estero, a beneficio dei
nostri concorrenti. Entrambe queste misure sono state almeno momentaneamente escluse dal provvedimento governativo, ma se il meccanismo automatico del silenzio-assenso portasse ad un massiccio trasferimento del Tfr ai fondi, le nuove prestazioni pensionistiche da essi promesse faciliterebbero una riduzione compensativa di quelle pubbliche e dei contributi aziendali che le finanziano. Si arriverebbe cioè allo stesso risultato distributivo inizialmente progettato che si sommerebbe agli altri esiti negativi, previdenziali e macroeconomici, prima ricordati. Gli interessi dei gruppi assicurativi costituiscono un altro capitolo. |
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