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Audizione del 16 gennaio 2002 presso l’aula della Commissione Lavoro del Senato Al Presidente della Commissione Lavoro del SenatoNOTA
DELLA CUB (CONFEDERAZIONE UNITARIA DI BASE) SUL DISEGNO DI LEGGE N.848 IN
MATERIA DI OCCUPAZIONE Nel
ringraziare per la possibilità che ci viene offerta attraverso l’audizione di
esprimere le valutazioni della nostra organizzazione sul disegno di Legge
Governativo in materia di occupazione, in
premessa vogliamo esporre in modo sintetico due questioni. La
CUB è un sindacato di base e indipendente che raggruppa larga parte delle
organizzazioni sindacali di base che operano nel nostro paese. E’ sindacato
maggiormente rappresentativo sul piano nazionale, organizza lavoratori
dell’industria, del pubblico impiego, dei servizi e pensionati. Alla
data del 31 dicembre 2001 conta circa 500.000 aderenti. Inoltre
la CUB è rappresentata nel CNEL. Segnaliamo
inoltre l’incredibile discriminazione operata dalla Presidenza del Consiglio
dei Ministri e dal Ministro del lavoro in ordine alla consultazione delle parti
sociali sulla legge finanziaria e sui disegni di legge del Governo in materia di
occupazione e previdenziale. Nonostante
ripetute richieste avanzate, la CUB è stata esclusa dalle consultazioni. Dato
che non esistono altre spiegazioni, riteniamo che si tratti di una
discriminazione “politica” che trova la sua origine in una preconcetta
ostilità nei confronti della nostra esperienza sindacale. In
relazione al disegno di legge 848, oggetto
dell’odierna audizione, la CUB
esprime un giudizio totalmente negativo sulla filosofia che sottostà alle
proposte Governative che, in continuità con le politiche dei precedenti Governi
inaugurate dal Ministro del lavoro Treu , accelera processi che producono lavoro
precario e senza tutele. Le
proposte Governative sono ispirate dalla ideologia confindustriale che punta
esplicitamente a garantire profitti sempre più elevati alle imprese incurante
dei disastri che si producono sul terreno sociale, sulle condizioni di vita di
milioni di persone. Conoscendo
l’orientamento del Governo era difficile aspettarsi novità su questo terreno. Trattandosi
di un scelta quasi ideologica “di fede” è mancata una qualsiasi verifica
empirica dei risultati sin qui prodotti nel paese dalle politiche liberiste, dei
disastri sociali realizzati che mettono a rischio la coesione sociale. E’
valutazione di molti, ricercatori indipendenti, operatori concretamente
impegnati nel sociale e recentemente anche della Banca d’Italia, che stiamo
assistendo ad un aumento della povertà tra i lavoratori, imputabile
all’introduzione delle più svariate forme di precarizzazione della
prestazione lavorativa. Stante
questa situazione, l’intervento del legislatore deve essere orientato nella
direzione opposta a quella ipotizzata dal disegno di legge Governativo, ossia
nella individuazione di interventi a sostegno del reddito di disoccupati e
lavoratori attraverso il cosiddetto reddito di cittadinanza o forme analoghe di
integrazione al reddito. La
proposta di modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è nella
sua crudezza espressione emblematica della
filosofia sottostante
l’intero disegno di legge: rendere tutti i lavoratori precari e
senza diritti. La
sperimentazione in realtà stante le premesse, è solo un espediente temporale
utile a privare immediatamente i nuovi assunti di tutela rispetto ai
licenziamenti senza giusta causa e predisporre il terreno per l’estensione a
tutti, altro che estendere dei diritti a chi non ne ha. L’argomentazione
che sarebbe utile all’emersione del lavoro in nero é privo di fondamento in
quanto nessuna impresa emergerà dal lavoro nero per dover pagare una sanzione
pecuniaria dinnanzi a un licenziamento senza giusta causa. Pensiamo che sia
evidente anche al legislatore che oggi chi utilizza lavoro in nero licenzia e
sfrutta senza conseguenze. Per
ciò che riguarda la possibile trasformazione dei contratti a tempo parziale in
contratti a tempo indeterminato a seguito della cancellazione delle tutele
previste dall’articolo 18 dallo Statuto dei Lavoratori vanno fatte due
considerazioni. Oggi
le assunzioni avvengono per circa il 40% a tempo indeterminato perciò con le
tutele in caso di licenziamento senza giusta causa, per il 60% a tempo
determinato, di questi il 30% si vede trasformato il rapporto di lavoro a tempo
indeterminato. Il provvedimento toglie tutele garantite con la legge attuale al
58% degli assunti. Con
la perdita della tutela nei confronti dei licenziamenti senza giusta causa si
assegna un potere enorme all’impresa e si priva il lavoratore della concreta
possibilità di far valere i propri diritti. Ogni
lavoratore o lavoratrice in teoria potrebbe ancora far rispettare norme di legge
o di contratto non correttamente applicate, ma sarebbe più esposto ad una
eventuale ritorsione da parte dell’ impresa che potrebbe licenziarlo. In
sostanza, ogni lavoratore avrà dinanzi a sé il dilemma se far rispettare
leggi e contratti rischiando il licenziamento o subire la lesione dei propri
diritti. Ecco
perché sosteniamo che l’obiettivo vero delle modifiche all’articolo 18 è
quello di rendere tutti i lavoratori precari e senza diritti. Contrarietà
altrettanto convinta esprimiamo anche alla proposta di arbitrato prevista nel
disegno di legge; contrarietà di principio perché riteniamo che le
controversie sui licenziamenti individuali devono essere risolte direttamente
tra impresa e sindacato e nei casi in cui questo non è possibile il ricorso
alla Magistratura da maggiori garanzie di imparzialità rispetto alla
“lotteria” dell’arbitrato . L’esiguità
dei ricorsi alla Magistratura per i licenziamenti senza giusta causa e dei
reintegri nel posto di lavoro non giustificano l’esigenza di una legge di
modifica all’art.18 S.L.. L’esigenza
di un intervento legislativo a giudizio della CUB risponde unicamente all’
obiettivo di cancellare un norma di
civiltà che consente di salvaguardare la dignità e i diritti di chi lavora
assegnando uno strapotere enorme all’impresa. Anche
per quanto riguarda le norme sul Part-time la CUB esprime un giudizio negativo
perché si peggiorano norme consentendo alle imprese di negare alle lavoratrici
e ai lavoratrici la possibilità di passare dal tempo pieno al tempo parziale.
Inoltre per i lavoratori che trovano nel tempo parziale l’unica possibilità
di occupazione si aggrava la prospettiva di passare successivamente a tempo
pieno. Un tempo parziale che spesso varia nelle modalità di attuazione, che
rende impossibile l’effettuazione di un altro lavoro per integrare
la insufficiente retribuzione o
organizzare la propria vita di relazione. La
CUB e le altre organizzazioni sindacali di base hanno indetto per il 15 febbraio
2002 uno SCIOPERO GENERALE contro le proposte contenute nel disegno di Legge 848
e la politica sociale del Governo. 16 gennaio 2002 il coordinatore della CUB P.Giorgio Tiboni
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