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LA BOMBA HA 60 ANNI
Già pochi mesi dopo Hiroshima e Nagasaki ogni critica venne messa a tacere negli Usa in nome della verità ufficiale: il lancio delle atomiche aveva «permesso il salvataggio di un milione di vite americane». Una verità che ancora oggi è tradimento discutere. IL
GENOCIDIO ACCETTABILE di FABRIZIO TONELLO da “IL MANIFESTO” del 5 agosto
2005 Lo
sterminio di massa, fino al genocidio di altri popoli, è accettabile se
compiuto dagli Stati uniti? Come il fantasma di Banco in Macbeth, il
dilemma rifiuta di andarsene, riappare periodicamente nella discussione
pubblica, dilania le coscienze di molti americani. Esso è stato posto con
chiarezza da Rotert Gattucci nel suo intervento sul numero di questi giorni
del Bulletin of the Atomic Scientists, dedicato al sessantesimo
anniversario di quel tragico 6 agosto 1945. «E'
accettabile - si chiede Gallucci -commettere un'azione che ucciderà decine di
migliaia, o più, di civili (...) con l'obiettivo di ottenere un effetto sulla
capacità del nemico di condurre la guerra e, più importante, per distruggere
la volontà del nemico di proseguire il conflitto? In pratica, la risposta
degli Stati uniti è stata affermativa, bombardando Tokyo e Dresda (prima di
Hiroshima e Nagasaki)». Maggioranza
indifferente A
giudicare dal modesto numero di articoli usciti in questi giorni sulla stampa
americana, e dal carattere convenzionale dei loro contenuti, la drammaticità
di questo interrogativo etico lascia indifferente la maggior parte dei
giornalisti e dei politici, se non quando qualcuno cerca di introdurre la
questione in un forum accessibile a tutti i cittadini e non ai soli specialisti.
Finché se ne discute sul Bulletin, o nei libri di Gar Al-perovitz, la
macchina dell'informazione sonnecchia, ma quando il mito dell'innocenza
americana viene messo in discussione le reazioni sono violentissime. Il
milita-rismo di Washington non tollera critiche o dubbi nemmeno 60 anni dopo i
fatti. L'idea che gli Stati uniti sono un grande paese proprio in quanto possono
discutere degli errori, e anche dei crimini, del proprio governo deve cedere
il passo a un consenso prefabbricato. Prendiamo,
per esempio, l'intervento di Thomas Donnelly, sempre sul Bulletin. Donnelly,
un rappresentante dell’American Enterprise Institute, un think tank
conservatore, cita Goodbye Darkness, le memorie dello storico William
Manchester sulla guerra nel Pacifico, per sostenere la tesi che, di fronte alla
prospettiva di un'invasione del Giappone, con milioni di morti, « thank God
for thè atomic bomb». Donnelly continua ricordando il rispettato critico Paul
Fussell, che intitolò precisamente Thank God for thè Atom Bomb una
raccolta di saggi: nell'agosto 1945 era un giovanissimo tenente che aveva
combattuto sul fronte europeo e sarebbe stato trasferito nel Pacifico se la
guerra non fosse finita. Nel suo intervento, scritto nel 1987, Fussell ha
un'unica argomentazione: lui c'era. Se la guerra fosse proseguita, forse
quarantenni dopo non sarebbe stato vivo per scriverne, come accadde agli otto
aviatori americani decapitati dai giapponesi, o ai marinai del sommergibile
Bonefish, affondato nei sei giorni di intervallo tra il bombardamento di
Nagasaki, il 9 agosto, e l'annuncio dell'armistizio, il 15. Thank God for thè
Atom Bomb insiste sull'immenso sollievo, sulla gioia indescrivibile di
scoprire che «era finita». Ma la
felicità di giovanissimi soldati al fronte è un argomento valido nel dibattito
sulla moralità di Hiroshima? Fussell
e Manchester danzarono nelle strade, abbracciarono sconosciuti, baciarono le
ragazze e ringraziarono Iddio, come decine di milioni di persone in Italia,
Francia, Russia, Inghilterra, Germania e altrove. Ma la gioia collettiva di
militari e civili lontani dal Giappone può giustificare le carni a brandelli,
le viscere sparse sul terreno, l’incenerimento immediato di donne e bambini? No, non
poteva e non può: i marines nel Pacifico, esattamente come i giovanissimi
soldati sovietici a Berlino, erano totalmente all'oscuro della situazione
militare e diplomatica, del fatto che il Giappone si sarebbe probabilmente
arreso entro poche settimane e che tutto dipendeva dalle condizioni di pace
proposte. La richiesta degli Alleati di una «resa incondizionata» rendeva
necessario un chiarimento: essa permetteva ai giapponesi di poter conservare
l'imperatore alla testa del paese, o no? Se questa garanzia fosse stata data
(come poi effettivamente avvenne) il Giappone avrebbe accettato il cessate il
fuoco, altrimenti avrebbe combattuto fino all'ultimo uomo. La vita o la morte di
Fussell e dei suoi camerati dipendeva da scelte politiche dei governi
alleati, perché la situazione militare sul terreno era già chiara per tutti.
Su questo, ormai i documenti sono disponibili e molti storici hanno lavorato. Gli scienziati erano coscienti. Nell'anniversario
di Hiroshima è più che mai necessario ricordare che la parola «guerra» non
risolve automaticamente tutti i problemi, non fornisce giustificazioni per
ogni atto: la nozione di «crimini contro l'umanità» fu inventata esattamente
per questo, alla fine della seconda guerra mondiale. Scienziati e militari
americani che avevano partecipato alla costruzione, e alla decisione di usare,
la bomba atomica erano perfettamente coscienti del fatto che i bombardamenti su
Dresda, Tokyo, Hiroshima, Nagasaki erano atti che potevano essere giudicati
come crimini di guerra e tali rimangono, a meno di non sostenere che uomini
mortali e fallibili sono in diritto di arrogarsi decisioni sulla soluzione
finale del problema costituito da altri esseri umani, siano un gruppo
etnico o gli abitanti di una particolare città. Uso questa espressione, soluzione
finale, per sottolineare che non basta avere una Costituzione, e un
presidente eletto ogni quattro anni al posto di un Fùhrer, per essere assolti
automaticamente. Di
questo, molti americani sono sempre stati perfettamente coscienti: Michael
Walzer, nel 1981, scrisse: «II bombardamento di Hiroshima fu un atto di
terrorismo; il suo scopo era politico, non militare. L'obiettivo era uccidere
un numero di civili sufficiente per scuotere il governo giapponese e
costringerlo alla resa. Questo è l'obiettivo di ogni campagna terroristica».
Oggi questa verità non solo è stata dimenticata, ma il solo discuterne espone
all'accusa di antiamericanismo e di tradimento. Non è
sempre stato così: il 19 luglio 1946 il New York Times dedicò la prima
pagina alla notizia che Einstein deplorava l'uso della bomba atomica. Un mese
dopo, l'intero fascicolo del New Yorker era dedicato al reportage di
John Hersey da Hiroshima, che per la prima volta metteva sotto gli occhi degli
americani le conseguenze dell'esplosioone sui vecchi, i bambini e le donne della
città. Le
descrizioni di Hersey, quasi insopportabili nell'illustrare i dettagli delle
sofferenze, provocarono un'ondata
di emozione: il settimanale fu immediatamente esaurito e ristampato. Molti
quotidiani ripubblicarono il testo, circa 180 cartelle, in forma integrale.
In settembre, la radio Abc lo trasmise in quattro puntate. In ottobre,
apparve come libro e il Book-of-the-Month Club ne distribuì centinaia di
migliaia di copie gratis ai suoi iscritti. La Saturday Review of Literature definì
«un crimine» Hiroshima e Nagasaki. Occorreva
una contro verità, e in fretta. Fu a questo punto, nel 1946, (e non prima
dell'uso dell'arma atomica) che nacque il mito del «milione di vite americane»
salvate grazie alla resa del Giappone senza che un'invasione fosse necessaria.
Da dove viene questa stima delle perdite, sempre citata da chi vuole
giustificare l'uso dell'arma nucleare? Da qualche anno lo sappiamo, perché Gar
Alperovitz, uno storico dell'università del Maryland, ha scritto pagine
definitive su questo: fu opera di James Conant, presidente dell'università di
Harvard. Fu
Conant, preoccupato per l'evoluzione in senso pacifista dell'opinione pubblica,
a concepire l'idea di creare l'argomento delle «vite americane salvate» e,
soprattutto, a farlo presentare dall'uomo che poteva farlo con maggiore
credibilità: Henry Stimson, l'ex segretario alla guerra. L'operazione fu
condotta con tutta l'abilità e le risorse di uomini che rappresentavano il
cuore dell'establishment americano: la base fu un memorandum preparato da
Harvey Bundy, ma al testo definitivo lavorarono anche George Harrison, John
McCloy, Rudolph Winnacker e il figlio di Bundy, McGeorge (che poi sarebbe
diventato il consigliere per la sicurezza nazionale di John Kennedy). Stimson
accettò di firmare l'articolo, che apparve nel numero di febbraio 1947 di Harper's. Conant
insistette particolarmente per eliminare dal testo ogni riferimento ai contatti
diplomatici prima e dopo la conferenza di Potsdam, e in particolare al
problema delle garanzie per l'imperatore nei termini della resa giapponese. In
questo modo l'unica questione veramente rilevante, e cioè se la fine della
guerra poteva essere ottenuta senza Hiroshima e senza l'invasione,
scompariva dal dibattito. Ciò che restava era l'alternativa tra l'uso
dell'atomica e un milione di morti americani. «Nessun dubbio» Così
reimpostato il dibattito, l'articolo di Stimson fu un successo straordinario: il
New York Times non solo lo mise in prima pagina, ma scrisse in un
editoriale che «non c'erano dubbi» sul fatto che «la bomba costrinse alla
resa i giapponesi». Washington Posi, St. Louis Post-Dispatch, Reader's
Digest e centinaia di altri giornali e riviste lo ripubblicarono. Anche
questo era stato accuratamente pianificato: i contatti del gruppo di autori nel
mondo dell'editoria e del giornalismo erano sufficienti per far rimbalzare il
testo ovunque, ma per facilitarne la diffusione, Harper's lo mise a
disposizione senza chiedere diritti, cosa assolutamente inusuale negli Stati
Uniti. Per buona misura, Stimson chiese a Henry Luce, l'editore di Time e
di Life, di dargli ulteriore diffusione sulle sue riviste, allora le più
importanti d'America. Oggi,
58 anni dopo, i termini del dibattito sono ancora gli stessi: chi non crede a
questa versione dei fatti può trovare ospitalità su Nailon o sul Bulletin
of Atomic Scientists, ma certamente non sui grandi media o in televisione.
La grande menzogna continua a funzionare.
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