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L’OCCUPAZIONE
CRESCE O CAMBIA? All'inizio
del 1998 il pacchetto Treu, ha introdotto novità per l’utilizzo di forme di
lavoro a termine, a tempo parziale ed in affitto. Da
allora, infatti, la quota dei lavoratori impiegati a part time sul totale dei
dipendenti è passata dal 7% a circa il 10% nell’intera economia, arrivando a
oltre il 12% nel settore terziario privato. L’incidenza del lavoro a tempo
ridotto è ovviamente maggiore tra le donne, dove raggiunge il 18% dei
dipendenti, sei volte la quota degli uomini. Ed è proprio la componente
femminile che spiega gran parte della nuova crescita dell’occupazione. I
lavoratori a tempo determinato sul totale dei dipendenti salgono a loro volta,
negli ultimi quattro anni, dal 7% a oltre il 10% se si escludono gli addetti
all’agricoltura e al settore turistico-commerciale, dove è sempre stata alta
l’incidenza dei lavoratori stagionali. Più elevata è, inoltre, la quota
delle donne con contratti a termine e, soprattutto, quella dei giovani con meno
di trent’anni, che raddoppia rispetto alla media degli occupati. Il
lavoro in affitto nel 2001
corrispondeva a circa 74.600 occupati equivalenti a tempo pieno e
nel secondo trimestre 2002, 95000
occupati equivalenti ed interessa in particolare il settore metalmeccanico ed il
commercio. Ma
è significativo anche l’aumento dei lavoratori assunti a tempo indeterminato
e a tempo pieno, la cui dinamica nel corso del 1999-2003 ha chiaramente
beneficiato della complessiva maggiore vivacità del mercato del lavoro e degli
incentivi (credito d'imposta) introdotti dalla Finanziaria 2001 per i nuovi
occupati a tempo indeterminato e in seguito parzialmente confermati. La
crescita dell’occupazione è stata trainata dal settore terziario, in
particolare dai servizi alle imprese e alle famiglie, dalla grande distribuzione
e dalle comunicazioni, che compensano il declino sempre in atto
dell’agricoltura, del commercio autonomo e la complessiva stagnazione
dell’industria, con l'eccezione, delle costruzioni in sensibile recupero.
Il ruolo dei rapporti di lavoro "flessibili" è particolarmente
significativo nel settore terziario, la cui dinamica di assunzioni riflette il
decollo del variegato comparto dei servizi alle imprese e alle famiglie e ai
servizi professionali. Il totale degli addetti in queste attività è largamente
superiore al milione di unità, con un aumento che nell’ultimo quadriennio ha
raggiunto i 300mila occupati. Dati
Generali
A
gennaio 2004 gli occupati in Italia
21.991.000,
in cerca di occupazione
2.096.000
gli inattivi in età lavorativa
15.055.000 Gli
occupati dipendenti
15.993.000 (27,8%), Di essi 13.488.000
permanenti a
tempo pieno 1.039.000
a tempo parziale; gli occupati a tempo determinato
1.466.000 di
cui 1.052.000
a tempo pieno 414.000 a
tempo parziale. Gli
occupati autonomi
5.998.000 (10,5%)
401.000 a tempo parziale. L’area
del lavoro autonomo è estremamente variegata, comprendendo oltre a
commercianti, agricoltori e commercianti, anche professionisti e coloro che
svolgono attività di collaborazione coordinata e continuativa. Solo
dal 1996, con la costituzione del fondo speciale per i parasubordinati è stato
possibile avere la dimensione degli interessati in quest’ultima area. Nel
1996 gli iscritti al fondo parasubordinati erano 974.082, 1.745.865 a fine 99,
2.193.683 nel 2002, 2.612.538 nel 2003. Il
numero degli iscritti non corrisponde al numero di quanti versano i contributi
in seguito ad una prestazione; infatti nel 1996 versava l’83,2% degli
iscritti, nel 1999 versava solo il 71,7% degli iscritti. E’ praticamente
impossibile tradurli in occupati equivalenti, perché di essi si può conoscere
il compenso ma non la durata della prestazione. Sempre
nel 1999 il 65,6% non era già iscritto ad altri fondi, il rimanente 34,4% era
già assicurato o pensionato. L’area di chi svolge esclusivamente il lavoro di
collaborazione era quindi di 1.150.000 unità. Scomponendo
gli iscritti paganti per settori, nel 1999 l’attività più presente era
quella di amministratore, sindaco di società, ecc. con il 38,1 del totale
(665.174 unità), seguita da una non meglio specificata “altro” con il
26,3%. Escludendo le attività squisitamente specialistiche si può ipotizzare
che in attività precarie nel 1999 fossero coinvolti il 40% dei paganti (circa
700.000 unità). Ipotizzando
stabile l’attività di amministratori, in lieve crescita le attività
specialistiche, i collaboratori in attività precarie con caratteristiche di
lavoro subordinato, nel 2003 sono stimati in
circa 1.000.000 di unità. Lavoratori apparentemente autonomi, ma in realtà
dipendenti subordinati a tutti gli effetti eccetto che rispetto alla
regolarizzazione. A questi si aggiungono i lavoratori contrattualizzati a tempo
indeterminato part-time che invece lavorano a tempo pieno, ma sono
contrattualizzati appunto da part-time: al momento non è possibile
quantificarli con precisione, si stima siano una parte significativa del circa
1.500.000 lavoratori part-time a tempo indeterminato e determinato. Considerazioni
Secondo
tutte le dottrine economiche, l’occupazione cresce solo quando aumenta la
produzione della ricchezza. Anzi, fino a non molto tempo fa, gli economisti
sostenevano che, mettendo in conto l’aumento della produttività dovuto al
progresso tecnologico ed organizzativo, per fare crescere l’occupazione fosse
necessario un aumento del Pil di almeno il 3 per cento all’anno. Come
si può spiegare allora l’apparente paradosso del caso italiano dove
l’economia è ferma e l’occupazione aumenta? In
luogo dell’occupazione industriale, che è ormai ridotta a meno del 30 per
cento del totale, in Italia è sensibilmente cresciuta quella nei servizi.
Sappiamo bene che la transizione dell’occupazione dall’industria ai servizi
è solitamente considerata un indicatore delle economie più progredite. I
servizi che sono cresciuti in italia non sono quasi mai quelli dei settori
avanzati, ad alta specializzazione, ma soprattutto quelli a bassa o
inconsistente qualificazione. E proprio per questo i lavori che vengono generati
sono anche, solitamente, sottopagati. Si pensi, ad esempio, ai call-center che
sono stati moltiplicati, non perché più ricchi ed evoluti, ma essenzialmente
come rimedio alla contrazione dell’attività manifatturiera. L’aumento
dell’occupazione si è registrato soprattutto nelle lavanderie, nella
ristorazione, nelle discoteche, nelle palestre ed in tutte le attività
consimili. Il
risultato di questa nuova composizione del lavoro è stato una flessione della
produttività media degli occupati, alla quale si è naturalmente accompagnata
una flessione del loro reddito reale medio. Si è in presenza di redistribuzione
del reddito più che di aumento della produzione. A
ciò si è aggiunto l’effetto prodotto dagli incentivi fiscali e contributivi
accordato per la creazione di posti di lavoro, serviti all’emersione di lavori
in nero preesistenti. Compresi quelli di un buon numero di extracomunitari (già
impegnati, in modi irregolari, in lavori di cura alla persona) tardivamente
regolarizzati. Intendiamoci, la parziale emersione di lavoro in precedenza
sommerso è sicuramente una buona cosa. Di certo non si tratta di nuovo lavoro. L’aumento
dell’occupazione di maggior peso sul piano quantitativo è scaturito dalla
crescita di contratti di lavoro cosiddetti atipici. Crescita a cui non ha
affatto corrisposto un aumento del lavoro. Nella generalità dei casi, i
contratti di lavoro atipici hanno dato luogo solo alla ripartizione tra un
maggior numero di persone della stessa quantità di lavoro che il sistema
produttivo richiedeva anche in precedenza. Si
tratta di un risultato utile sotto il profilo della solidarietà, ma
assolutamente irrilevante rispetto ad un più elevato impiego produttivo del
grande potenziale di lavoro ancora inutilizzato nel paese. In
definitiva, per i fattori che l’hanno determinato e per gli esiti che ne sono
conseguiti, l’aumento dell’occupazione che si è statisticamente registrato
non induce ad alcuna ragione di ottimismo circa il futuro del lavoro in Italia. E’
più indicativo di un declino economico che di un aumento del lavoro. Il
progresso, lo sviluppo, la crescita dell’economia e dell’occupazione, sono
cosa del tutto diversa da un processo che appare, in primo luogo, di adattamento
alla stagnazione ed alla perdita di peso dell’apparato produttivo. In
una economia senza bussola e quindi sempre sospinta più ad arrangiarsi che a
crescere, la redistribuzione del lavoro esistente potrebbe approdare a risultati
più accettabili anche sul piano della solidarietà e dell’equità se, invece
di rassegnarsi alle diseguaglianze conseguenti ad una crescente precarizzazione
dei rapporti di lavoro, venisse affrontato il tema di un più ragionevole ed
appropriato governo e riduzione degli orari. La
precarietà con il pacchetto Treu ha assunto dimensioni rilevanti: l’ufficio
studi della Cub ritiene che la legge 30, detta legge Biagi, aggraverà in
maniera impressionate la condizione di precarietà di milioni di lavoratori. Milano
26/04/2004 |
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